Pianeta Terra e Spazio

La rivincita di Jocelyn Bell è un passo in avanti per tutte le donne della scienza

18 settembre 2018 | Scritto da Chiara Boni

Cinquant’anni fa perse l’occasione di ricevere il Premio Nobel per la scoperta delle stelle pulsar, ma per Jocelyn Bell è arrivato il momento della rivincita: a novembre le sarà consegnato lo “Special Breakthrough Prize”, i cui fondi andranno ad aiutare altre donne e minoranze della comunità scientifica.

jocely bell burnell special breakthrough prize

Che il Premio Nobel per la Fisica non sia considerato un affare da donne è risaputo: è dal 1963 che il premio non viene consegnato a una scienziata. Ne sa qualcosa anche Susan Jocelyn Bell Burnell, che nel 1974 ha visto premiare il suo professore, Anthony Hewish, per la scoperta delle stelle pulsar, a cui lei contribuì in maniera importante. 51 anni dopo, la commissione dello “Special Breakthrough Prize”, finanziato dai miliardari della Silicon Valley e riservato a prominenti personalità scientifiche, ha scelto proprio Jocelyn Bell come vincitrice di quest’anno. Il premio, che prevede un assegno di 3 milioni di dollari, le sarà consegnato a novembre, durante una serata di gala in suo onore: “Sono rimasta assolutamente senza parole”, ha raccontato Bell, “e chiunque mi conosce sa che non sono mai senza parole. Non era mai entrato neppure nei miei sogni più bizzarri”.

La scoperta delle stelle pulsar

Era il 1965 quando Jocelyn Bell si iscrisse alla Facoltà di Fisica dell’Università di Cambridge: era una delle uniche due ragazze di quel corso di laurea. Da subito, Bell decise di entrare a far parte del Dipartimento di Radioastronomia dell’Università: all’epoca il suo professore, Anthony Hewish, stava studiando le stelle quasar, oggetti spaziali incredibilmente luminosi la cui origine era ancora sconosciuta, e per farlo aveva creato uno speciale telescopio, l’“Interplanetary Scintillation Array”. Anche Jocelyn Bell partecipò alla costruzione di questo strumento straordinario, composto da più di 100 miglia di cavi e fili di rame messi a punto in un campo poco fuori le mura dell’Università di Cambridge. E proprio lei era incaricata di controllare i chilometri di carta su cui le registrazioni di onde radio galattiche venivano stampate in continuazione.

Quando, una mattina dell’estate del 1967, il telescopio registrò per la prima volta una sorgente luminosa con impulsi ripetuti a ritmo costante, fu proprio Jocelyn Bell ad accorgersene: ma quando telefonò a Hewish per metterlo al corrente della scoperta, lui la sottovalutò, dichiarando che con tutta probabilità si trattava solo di un’interferenza radio artificiale. Non era così. La studiosa era determinata e continuò a raccogliere dati: pochi mesi dopo rilevò altri impulsi radio da diverse parti della galassia. Decise di ribattezzare il segnale con il nome in codice LGM-1, Little Green Men, gli “omini verdi”: non potendo spiegare ancora da dove arrivava questo segnale così particolare, perché non pensare agli alieni? Tra il dicembre 1967 e il febbraio 1968 altri impulsi furono registrati dal telescopio, chiarendo una volta per tutte che non si trattava di interferenze umane (né di alieni), ma di una nuova tipologia di stelle. La scoperta fu pubblicata da Nature, una delle riviste scientifiche più importanti: l’articolo era firmato da Anthony Hewish, mentre il nome di Jocelyn Bell compariva secondo.

“Grazie alle mie stelle”

Alla fine del 1968 altri ricercatori riportarono di aver osservato un segnale radio a impulsi regolari provenienti dalla costellazione del Granchio: questo confermava una delle teorie di Hewish e Bell, ovvero che si trattasse di stelle pulsar, stelle formate da neutroni che emettono radiazioni elettromagnetiche che ci giungono come impulsi emessi ad intervalli estremamente regolari. Grazie a questi impulsi, le stelle pulsar possono essere usate per studiare l’universo, utilizzandole come punti di riferimento per mappare il cosmo o per tracciare il tempo degli eventi interstellari a milioni di anni luce di distanza. Una scoperta rivoluzionaria, insomma, tanto che la commissione per il Nobel alla Fisica decise di premiarla nel 1974. Ma sul palco all’Accademia di Stoccolma quell’anno ci finì solo Anthony Hewish: Jocelyn Bell, non senza polemiche, fu esclusa. “Successe solo perché ero ancora una studentessa”, ha spiegato la scienziata, per niente oltraggiata dalla sua esclusione: per la prima volta, infatti, il Premio Nobel per la Fisica spettava a qualcuno che studiava le stelle; “Finalmente il comitato ha riconosciuto che l’astronomia era un campo legittimo della fisica”, ha detto Bell, “Si trattava di un precedente enorme, ed ero piuttosto orgogliosa che questo risultato fosse stato ottenuto grazie alle mie stelle”.

Lo Special Breakthrough Prize

“La scoperta delle stelle pulsar da parte di Jocelyn Bell Burnell rappresenterà sempre una delle più grandi sorprese nella storia dell’astronomia”, ha dichiarato Edward Witten, presidente del comitato di selezione dello “Special Breakthrough Prize”. Jocelyn Bell è la quarta persona a ricevere questo prestigioso premio, i cui precedenti vincitori includono Stephen Hawking, i sette scienziati del CERN responsabili della scoperta del bosone di Higgs e la collaborazione LIGO che ha rilevato le onde gravitazionali. Per quanto riguarda i soldi del premio, Bell ha già le idee chiare riguardo a cosa farsene: “Di certo non voglio comprami una Porsche o una Ferrari,” ha detto al Washington Post. Piuttosto, i fondi andranno a creare borse di studio per donne, minoranze sottorappresentate e rifugiati che vogliono studiare fisica. I fondi saranno amministrati dall’Institute of Physics della Gran Bretagna. “Penso di aver scoperto le pulsar soprattutto perché facevo parte di una minoranza quando studiavo a Cambridge”, ha detto. “E nutro il forte sospetto che altre minoranze possano avere esperienze simili e lavorare altrettanto duramente e fare grandi scoperte”.

Il fisico Gianfranco Bertone, in un articolo pubblicato da Repubblica, ha commentato: “Con questo gesto Jocelyn Bell ha compiuto il suo capolavoro, trasformando la delusione di un Nobel perso in uno splendido messaggio di apertura e fiducia. Un messaggio di cui il mondo, non solo scientifico, ha un grande bisogno”.

Chiara Boni
Chiara Boni

Chiara Boni è Content Creator per Impactscool. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è giornalista per la testata locale Pantheon Verona Network, per cui si occupa di intraprendenza femminile e attualità.

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